Perché l’Italia neorenziana può diventare l’arma segreta di Merkel

Il voto convintamente “filo governativo” degli italiani alle elezioni di domenica (al netto ovviamente dell’elevato astensionismo) è un’eccezione in Europa. E’ un’eccezione almeno quanto lo è il voto “tranquillo” degli elettori tedeschi che hanno confermato il loro sostegno alla Grande coalizione al governo, quella formata da cristiano-democratici e socialdemocratici. Non si tratta solo di coincidenze statistiche: secondo gli analisti tedeschi interpellati dal Foglio, infatti, per la cancelliera Angela Merkel il voto italiano potrebbe essere un pendant insperato del risultato elettorale nel suo paese, soprattutto alla luce delle scorribande populistiche che hanno terremotato la Francia e il Regno Unito, le altre due più grandi economie dell’Unione europea.
27 MAG 14
Ultimo aggiornamento: 21:16 | 21 AGO 20
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Il voto convintamente “filo governativo” degli italiani alle elezioni di domenica (al netto ovviamente dell’elevato astensionismo) è un’eccezione in Europa. E’ un’eccezione almeno quanto lo è il voto “tranquillo” degli elettori tedeschi che hanno confermato il loro sostegno alla Grande coalizione al governo, quella formata da cristiano-democratici e socialdemocratici. Non si tratta solo di coincidenze statistiche: secondo gli analisti tedeschi interpellati dal Foglio, infatti, per la cancelliera Angela Merkel il voto italiano potrebbe essere un pendant insperato del risultato elettorale nel suo paese, soprattutto alla luce delle scorribande populistiche che hanno terremotato la Francia e il Regno Unito, le altre due più grandi economie dell’Unione europea.
“Per noi tedeschi, il risultato del presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, è davvero una buona notizia”, dice Eckart Stratenschulte, direttore della Europäische Akademie di Berlino, istituita dal ministero degli Esteri tedesco, commentando il 40,8 per cento dei voti che il Partito democratico ha ricevuto domenica. Stratenschulte precisa di non parteggiare per nessun attore politico italiano in particolare ma sottolinea come “un’èra sembra essersi conclusa”, dice riferendosi a Berlusconi e Grillo. “Ora l’Italia potrà certamente tornare a essere un partner decisivo in Europa”. Stratenschulte non crede che gli equilibri cangianti dell’Europarlamento, di per sé, muteranno la rotta delle politiche dell’Eurozona, ma che contribuiranno a definire il clima in cui i governi raggiungeranno due obiettivi: “Quello di breve termine è rimettere in moto le istituzioni comunitarie con i cambiamenti ai vertici di Commissione e Consiglio Ue. Nel medio termine, l’obiettivo più importante è quello di superare definitivamente la crisi dell’Eurozona che al momento ha soltanto subìto un rallentamento. In alcuni casi, soprattutto nei paesi mediterranei, ciò equivale a modificare anche radicalmente alcuni assetti economici e sociali a lungo dominanti”. Su questo secondo fronte, “il metodo rimane quello di ridurre la disoccupazione e di aumentare la competitività delle nostre imprese, pur ricordando che ogni paese ha la sua ricetta”. Cosa dimostra dunque la tenuta dei partiti di governo in Germania e in Italia? “Banalmente, che la migliore politica in circolazione è quella che consiste nell’ottenere dei risultati. Il vero riformismo non genera automaticamente populismo, anzi”. Perciò il direttore della Europäische Akademie si dice “nient’affatto pessimista dopo il voto che si è concluso domenica in Europa. In Germania il partito Alternative für Deutschland (AfD) e il partito dei neonazisti, critici dell’euro, hanno complessivamente l’8 per cento dei voti; i filoeuropei sono al 90 per cento. Nel Regno Unito l’euroscetticismo non è una novità. La valanga di voti ricevuta da Marine Le Pen in Francia, infine, è da interpretare più come una protesta contro l’attuale presidente François Hollande che come una sollevazione anti euro”. Chi non fa (o annuncia) riforme radicali, dunque, se l’aspetti.
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In questo modo il voto italiano, visto da Berlino, offre utili chiavi di lettura per spiegare a contrario quanto accaduto in Francia, cioè nel paese che assieme alla Germania forma da sempre “il motore” del processo d’integrazione. Ne è convinto anche Julian Rappold, responsabile del Centro di studi europei del German Council on Foreign Relations: “Il risultato di Renzi è davvero interessante, anzi direi impressionante. Sta a significare che in Europa esiste un modo positivo di canalizzare la frustrazione generata dalla crisi. Vuol dire che fare leva sulla paura, come accaduto in Francia, non è una strada obbligata. Renzi dice di voler cambiare il sistema italiano, ma lo fa mantenendo una narrativa di fondo pro euro”. Rappold aggiunge: “Una minoranza di partiti populisti nel Parlamento europeo difficilmente avrà un impatto immediato sulle politiche di Bruxelles, non disponendo dei voti per approvare leggi”.
Tuttavia “l’affermazione dei nazionalisti francesi farà sì che in futuro il governo socialista di Parigi, temendo un ulteriore indebolimento in patria, sarà più riluttante al livello europeo e vorrà dimostrare la propria sovranità sulle materie comunitarie. In questo senso l’Italia, pur non potendo rimpiazzare il ruolo della Francia, sicuramente potrà tornare sul palcoscenico europeo in un ruolo da protagonista, come invece non è accaduto negli ultimi mesi, soprattutto nel suo turno di presidenza dell’Ue”.
Più che protagonista, però, Roma sarà nella migliore delle ipotesi una co-protagonista, lascia intendere Rappold. Se non altro perché dalle urne tedesche è arrivato un deciso endorsement alle politiche europee della Merkel, un invito quindi a continuare sul binario costituito da rigore fiscale e riforme strutturali, senza fornire quelle concessioni spesso invocate dai paesi “periferici”, da una maggiore flessibilità sull’austerity a una mutualizzazione dei debiti pubblici: “Le forze eurocritiche nel nostro paese sono decisamente a livelli inferiori rispetto agli altri paesi della moneta unica – dice lo studioso del German Council on Foreign Relations – Certo conta il fatto che la crisi non ha praticamente sfiorato la nostra economia. Ma allo stesso tempo l’elettorato è soddisfatto di come la leadership tedesca ha saputo tutelare in questi anni l’interesse nazionale. E in fondo anche l’AfD, più che propugnare l’abbandono dell’euro da parte di Berlino, ritiene che il nostro interesse nazionale vada tutelato di più di quanto non faccia l’attuale governo”. Insomma, seppure da leader neo legittimato dal voto, Renzi non avrà davanti a sé chissà quali praterie durante il semestre di presidenza italiana dell’Ue.
Renzi “contento”, i tedeschi “Zufrieden” Ieri il presidente del Consiglio non ha voluto eccedere in ottimismo su questo fronte: dopo il voto, “non ci sarà uno spostamento di asse. Non immagino un asse Germania-Italia contro la Francia, come non ci sarebbe stato un asse Germania-Francia contro l’Italia”. Renzi, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Siamo in una fase molto delicata. O ne usciamo tutti insieme oppure nessuno si salva da solo. Fra 30 anni nessun paese, nemmeno la Germania, avrà la possibilità di competere sul piano internazionale. E’ interesse comune investire sull’Europa del futuro”. Poi ha rivendicato l’eccentricità del risultato italiano: “Se c’era un paese nel quale i populisti avrebbero potuto ottenere una maggioranza schiacciante, questo era proprio l’Italia. Sono contento che l’Italia abbia dato un segnale di speranza all’Europa”.
“Contento” – che in tedesco si traduce con “Zufrieden” che ha l’accezione ulteriore di “soddisfatto” – è anche il termine più ricorrente in Germania nei commenti di queste ore sul voto europeo: “I tedeschi sono contenti, soddisfatti. In una campagna tutta giocata sui temi nazionali, come dimostrano i poster con il volto della Merkel che tappezzavano le nostre città, l’ottima performance economica del paese non ha fatto perdere troppi consensi alla Cdu che guida il governo, e l’effetto del candidato Schulz ha addirittura ringalluzzito i socialdemocratici – dice al Foglio Bernhard Wessels, politologo del Centro di studi sociali berlinese WZB – La soddisfazione degli elettori, poi, riguarda la direzione che proprio Berlino, con la sua forza, sta imprimendo a tutta l’Europa”. Sono le ragioni di fondo dell’eccezione tedesca, dove “la somma di consensi ricevuti da cristiano-democratici e socialdemocratici è tornata a salire per la prima volta dopo molto tempo: era al 90 per cento nel 1979, poi era scesa di 30 punti, oggi è attorno al 64 per cento”, dice Wessels. “L’affluenza degli elettori tedeschi alle urne, inoltre, sorprendentemente più alta che nel 2009, ha consentito che la media complessiva dell’affluenza nell’Ue invertisse un trend discendente che proseguiva dal 1979”. Il politologo del think tank indipendente conclude con un parallelo con la situazione italiana: “Dopo tanti anni di volatilità elettorale, con il loro deciso sostegno a Renzi è come se gli italiani volessero conquistare anch’essi quella stabilità che finora è mancata. E’ un buon segno”. Anche perché rassicura l’establishment tedesco, sia politico sia industriale e finanziario, da tempo in cerca di chiavi di interpretazione della vita politica del nostro paese.